Privatizzazioni, si cerca di tracciare un primo bilancio valutativo, considerando il loro impatto ambientale e sociale
Privatizzazioni, si cerca di tracciare un primo bilancio valutativo, considerando il loro impatto ambientale e sociale
Fonte: ATTAC Italia, Granello di sabbia, mailto:redazione@attac.org http://attac.org/indexit.htm
di Jean-Sébastien Zippert (ATTAC Luxembourg)
Contrariamente a ciò che mass media e politici continuano a martellare da più di venti anni, le privatizzazioni non portano che pochissimi vantaggi ai consumatori e alle piccole imprese, e nessuno ai contribuenti.
Dimostrazione con qualche caso concreto.
Ai beni e ai servizi pubblici, così come esistono oggi nei paesi del sud e del nord, vengono imputati tutti i mali: avrebbero la grave colpa di cumulare una inefficacia temibile con un costo proibitivo per noi sfortunati contribuenti - tendenza ancor più aggravata se in regime di monopolio - e, come non bastasse, avrebbero per di più una incresciosa tendenza a "prendere in ostaggio" il settore privato con gli scioperi a ripetizione, di solito proclamati a difesa di "interessi corporativi".
Di fronte a un quadro così fosco, la privatizzazione è presentata come la panacea, se non addirittura l'unica soluzione - "there is no alternative", come ha detto e ripetuto Margaret Thatcher.
In effetti, questa alternativa riunisce tutti i vantaggi che il consumatore ha il diritto di aspettarsi da un mercato concorrenziale. La privatizzazione di beni e servizi pubblici è sempre presentata come
apportatrice di vantaggi irresistibili, come ad esempio:
- una notevole diminuzione nella spesa pubblica, derivata dalla vendita al settore privato dei beni pubblici e soprattutto dai risparmi dovuti alla eliminazione dei costi dei dipendenti pubblici;
- una automatica diminuzione dei prezzi, sempre a favore del consumatore se la privatizzazione è accompagnata dalla deregolamentazione del settore attraverso la concorrenza tra vari operatori;
- la scomparsa dei conflitti sociali a ripetizione e quindi un miglior servizio per il consumatore.
Purtroppo, alla prova dei fatti, le cose non sono poi così semplici come su carta. Non ci soffermeremo qui sulla disastrosa privatizzazione delle ferrovie inglesi, divenuta emblematica al punto da provocare l'indignazione del pur liberale settimanale britannico "The Economist", che le ha affibbiato la poco amichevole etichetta di "modello di cinismo politico, incompetenza direttiva e opportunismo finanziario". Ma le ferrovie inglesi non saranno forse il classico albero che nasconde la foresta?
Esistono infatti altre esperienze meno pubblicizzate, tratte da paesi industrializzati o in via di sviluppo, che testimoniano come i risultati previsti sono ben lontani dal presentarsi all'appuntamento.
Quando l'acqua diventa una merce diventa presto imbevibile
Se c'è un elemento indispensabile per la vita, e che dovrebbe essere oggetto di consenso sulla sua natura di bene pubblico globale, è proprio l'acqua. Tutti gli abitanti di questo pianeta non sono però tutti nella stessa barca: ricordiamo che 1,1 miliardo di esseri umani non ha accesso all'acqua potabile, e 2,4 non dispongono di reti fognarie. Molte collettività hanno tuttavia fatto la scelta di affidare la distribuzione e la bonifica delle
acque a società private. E' il caso della città di Atlanta, negli Stati Uniti, che dopo appena due anni di esperienza ha deciso di rescindere il contratto di gestione privato. Il servizio fornito dalla società United Water (filiale del gruppo francese Suez) era in effetti degno più di un paese del terzo mondo che non di un paese industrializzato: frequenti interruzioni del servizio, acqua non atta al consumo, tanto che le autorità hanno dovuto chiedere ai propri amministrati di farla bollire prima dell'uso, e così via. La rescissione anticipata del contratto a lunga scadenza avrà per conseguenza di far lievitare la quota di bilancio annuale
destinato alla rete idrica da 20 a 40 miliardi di dollari
La funesta coalizione tra aberrazione economica e disastro sociale.
La privatizzazione dell'acqua ha provocato, nella città di Cochabamba, in Bolivia, gravi tumulti, come quelli che hanno scosso il paese lo scorso ottobre 2002: la gestione della distribuzione da parte di una filiale della società americana Betchel ha portato ad aumenti tariffari che potevano giungere fino ad un quarto (!) del bilancio di una famiglia. Dopo molti mesi di scontri sanguinosi tra popolazione e forze dell'ordine, il governo boliviano ha rescisso il contratto, di durata quarantennale, che legava la città di Cochabamba a Betchel. Ma, ancora una volta, non si tratta di un gioco alla pari: Betchel chiede allo stato boliviano la modica cifra di 25
milioni di dollari come risarcimento.
In India, molto semplicemente, sono i corsi d'acqua ad essere privatizzati: così, un uomo d'affari ha acquisito la concessione di una ventina di chilometri di fiume per 20 anni. Certo, le tariffe che egli applica nella vendita della materia prima fanno la felicità delle industrie, grandi consumatrici di acqua, che si sono installate in massa lungo le rive. Non è il caso di agricoltori e pescatori che si trovano a doversi confrontare con la polizia se, credendo ingenuamente che il fiume appartenesse a tutti, hanno la tracotanza di volerne utilizzare l'acqua per la propria famiglia o per irrigare le coltivazioni.
Il gruppo Suez progetta tranquillamente di deviare una parte del Gange per venderne l'acqua alle popolazioni benestanti di Delhi, con la benedizione dei pubblici poteri. A parte il fatto che Suez si appropria di fondi pubblici attraverso la costruzione di dighe destinate a deviare le acque, questo progetto - se si dovesse realizzare - deprederà le popolazioni locali in due modi: prima di tutto con la privatizzazione di una risorsa rara e limitata a vantaggio dei più ricchi, in secondo luogo con la rinuncia, da parte del potere pubblico, a garantire il benessere minimo delle popolazioni che più ne necessitano. Ma, contrariamente al caso precedenza, la popolazione, sostenuta da varie ONG, non ha alcuna intenzione di lasciarsi derubare senza resistere. Ma è nell'Africa del sud che la privatizzazione ha avuto le conseguenze più drammatiche. Il governo di Nelson Mandela, sotto la pressione dei piani strutturali imposti dal FMI e dalla Banca Mondiale, ha privatizzato la distribuzione idrica in diverse grandi città sudafricane, il che - come in Bolivia - ha comportato un tale aumento delle tariffe che la maggior parte dei sudafricani si sono visti costretti ad utilizzare i corsi d'acqua non potabili per i propri consumi quotidiani, scatenando così una delle peggiori
epidemie di colera della storia del paese: più di 114.000 casi conclamati, e 260 morti in due anni, cioè cinque volte il numero dei decessi totali degli ultimi 20 anni.
Il giornale americano Mother Jones ne trae la triste deduzione che "le iniziative tese a privatizzare le imprese statali, aprire i mercati alla concorrenza straniera, e controllare la spesa pubblica, hanno posto un gran numero di sudafricani in una condizione peggiore di quella precedente alla caduta del regime di apartheid"
La privatizzazione dell'energia elettrica, o ricomposizione di monopoli privati
Uno dei vari paesi che hanno, allo stesso tempo, privatizzato e deregolamentato il mercato dell'energia elettrica, il Regno Unito, ha potuto constatare che, se i prezzi sono in effetti diminuiti, a profittarne sono state soprattutto le industrie e non i privati cittadini. Quanto ai produttori di elettricità, la diminuzione dei prezzi all'ingrosso è stata fatale per molti di loro. Fortunatamente, il danaro dei contribuenti britannici è venuto in loro soccorso. Alla fine, il Financial Time - giornale che non può certo essere sospettato di ostilità all'economia di mercato - giunge alla conclusione che l'ondata di privatizzazione avvenuta in Gran Bretagna ha portato al fiorire di nuove oligarchie - se non monopoli - ma questa volta private. Ovviamente, queste concentrazioni di imprese dimostra pochissima inclinazione per la guerra dei prezzi.
Il Financial Time arriva a inferire che questa ondata di privatizzazione ha ottenuto un risultato diametralmente opposto a quello desiderato.
Quando il mercato, lasciato a se stesso, se la prende con la popolazione.
L' esempio della California.
Ma è in California che la logica della deregolamentazione è stata portata al parossismo: vi ricordate le numerose interruzioni d'elettricità in California nell'estate del 2000 e del 2001? Naturalmente, come per l'immenso black out che ha oscurato New York lo scorso agosto, si è puntato il dito (e con ragione) contro la vetustà delle reti e delle linee, la cui manutenzione viene trascurata dalle società che le hanno in gestione. Pochissimi giornali hanno però accennato al fatto che questi guasti sono stati per la maggior parte la conseguenza di azioni che non hanno nulla a che vedere con la sfortuna: si dà il caso che un intermediario ha intenzionalmente intasato le linee di approviggionamento della California durante le ondate di gran caldo, portando ad un aumento artificiale del prezzo, costringendo così le autorità pubbliche, sotto la minaccia di interruzioni, a pagare prezzi più alti per la fornitura di energia elettrica. Uno dei dirigenti di questa società aveva cinicamente dichiarato che "Quando le società saranno troppo indebitate, limiteremo l'energia fornita alla California, e lo stato sarà costretto ad aiutarle". Questo mediatore è ora sparito, soffocato da una bancarotta fraudolenta, trascinando nel naufragio uno degli studi di auditing più famosi al mondo, per non parlare dei suoi 5.200 dipendenti (la maggior parte dei quali anche azionisti), abbandonati alla disoccupazione e alla rovina. Gray Davies, all'epoca governatore della California, aveva pubblicamente dichiarato che "qualcuno dovrebbe andare in prigione".
A tutt'oggi i dirigenti di Enron non hanno ancora risposto delle loro azioni davanti alla giustizia americana.
Il carattere poco reversibile della privatizzazione
Come abbiamo visto in precedenza, la creazione e la manutenzione di una retedi distribuzione idrica ed elettrica richiedono sia una visione a lungo termine, sia investimenti considerevoli che solo uno stato con un sistema di tassazione decente può permettersi. La cessione di questi settori avviene spesso a prezzi sottostimati; per contro, invece, il passaggio dal privato al pubblico, quando è possibile, avviene a condizioni sempre estremamente sfavorevoli per il compratore. Inoltre, non è semplice ricostruire in seguito una infrastruttura sulla base di un settore suddiviso in entità non omogenee. Una politica di privatizzazione e di deregolamentazione può essere paragonata a una specie di smantellamento del gioco del meccano: è molto
più semplice scomporre quest'ultimo in piccoli pezzi che non ricostruire un edificio coerente partendo da semplici mattoni. Le privatizzazioni sono un sistema di doppio saccheggio ai danni del bene pubblico: prima di tutto con la svalutazione di questi - come accennato sopra - poi perché i servizi della società privatizzata saranno forniti solo in un'ottica di ricerca del profitto a breve termine, politica che penalizza sistematicamente i clienti piccoli, in particolare le piccole imprese e i cittadini con poco potere d'acquisto.
Traduzione a cura di Giuseppina Vecchia (Traduttori per la Pace)
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